LA VILLA DALLE MILLE FINESTRE

Vuoti a perdere

SQUARCI DI BELLE EPOQUE IN PROVINCIA

Testi e fotografie di Riccardo Poma

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15 aprile 1912

Quante persone, quante donne possono dire di avere una villa che porta il loro nome?
Esci dalla portina ricavata da una delle quattro vetrate e ti accomodi su una seggiolina bianca di ferro, sotto le tende verdi. Roba all’avanguardia, le tende: c’è un buco dove infili una specie di chiave che, girando, le fa scorrere più avanti o più indietro a seconda del sole.
Il giornale parla della partenza del Titanic, una nave inaffondabile.
Al cinema, la sera prima, hai visto Quo Vadis?, una roba con le bighe e i gladiatori.
La vostra auto – una delle poche non solo del paese, bensì forse dell’intera provincia – è parcheggiata nella rimessa dove il signor Gallo, nero fino alle orecchie, cerca di capire qual è la rogna del motore. Si decidessero ad asfaltare ‘ste strade, pensi. Tanto…

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Impedite a Sgarbi di fare altri scempi del genere

Condivido tutto. Mi riservo di andare all’Expo e di toccare con mano questo scempio all’arte ma sopratutto alla cultura e a noi che ne fruiamo.

Michelangelo Buonarroti è tornato

Abbiamo perso una bella occasione per mostrare al mondo quanto sia valida l’Italia in campo artistico. Ho visto gli scatti che stanno circolando in rete dell’esposizione curata da Vittorio Sgarbi nel padiglione Italia e mi vien da piangere assai. Vedere una prezioso capolavoro in ceramica dei della Robbia sistemato alla meno peggio sul pavimento fa male al cuore ma soprattutto all’arte.

Più che un’ode alle diversità artistiche italiane mi pare un’accozzaglia orgiastica dove niente ha un senso. Alcune opere pregevoli e importanti qui vengono ridicolizzate in maniera quasi surreale. Dov’è la bellezza nel vedere un delicato capolavoro pittorico seicentesco sistemato alla meno peggio per terra vicino a qualche prodotto da pasticceria anche se di mirabile fattura?

Sgarbi si auto incesa definendo questa accozzaglia inguardabile nel “Louvre dell’Expo” ma a me pare una grande stupidaggine. Le immagini che stanno girando in rete parlano da sole o meglio, gridano ai quattro venti…

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L’attimo dell’orizzonte di Luca Gastaldo

Conviene essere attenti quando si vive. Cogliere i dettagli, i sensi allerta, i tocchi scomposti che animano il cuore.
Non sempre si è propensi a farlo, il quieto esistere pare la soluzione migliore, bilancia poco appagante di insoddisfazione.
Conviene essere attenti per non farsi sfuggire scorci di passione ammiccanti dai finestrini del nostro treno in corsa.
In corsa verso dove?

Scostando le tende del mio quotidiano, ho visto un giorno un quadro di Luca Gastaldo

“Quistello o Xingping?”
                      Luca Gastaldo

La commozione e lo stupore hanno sospeso per un attimo il mio respiro e un senso di Continua a leggere L’attimo dell’orizzonte di Luca Gastaldo

Gabriele Cento: senza la musica non si può dire di essere vivi

Ma come nasce un tuo pezzo?
Quanto ci impieghi a comporre? Pensi al brano come fosse una poesia?
Nasce da sé, è un urgenza scrivere musica?

A fare troppe domande ad un musicista, si rischia di perdersi poi dietro alle parole.
Meglio seguire le note di  Direzioni alternative e vivere ciò che si sente come una melodia che sfiora l’animo e il tempo.

E soprattutto, sai vero che la tua musica porta nel posto esatto dove uno vorrebbe essere?

Grazie a Gabriele Cento per la produzione di questo video creato appositamente per il mio blog; un bell’incontro nato dalla stessa passione per la musica e  attraverso la musica, accompagnati.
E grazie a chi ha collaborato alla riuscita del video, Giorgio De Lucchi alla regia e e Francesco lacopo assistente audio.

Chiara

Per chi volesse ascoltare Gabriele e magari votarlo -il premio è una serata al Blue Note di Milano-, vi lascio il link del contest a cui partecipa con Elisa Maffenini alla voce. Io, se vi fidate di me, lo voterei. Hanno talento!
Clicca QUi il link

Placido Castaldi, pittore della montagna ( Pollone 1925-2014)

Nasce a Pollone nel 1925, artista amante della montagna, vive con la stessa un rapporto non solo contemplativo ma anche attivo, partecipando a due spedizioni in Himalaya, una delle quali “Garwhal 1986″.
La sua casa è immersa nei boschi, a Pollone e là si ritrova a lavorare, molto spesso istruendo allieve all’arte.
Le sue opere sono acqueforti/puntasecca, numerate o prove d’autore, ove Placido narra la natura e i suoi silenzi, interpretati con mano fine e delicata, tratteggi sfumati e linee semplici. Note sono le sue nevicate, ove solo i contorni delle baite o delle rocce illudono il senso della neve.
Scultore su legno, marmo, pietra, corpi sinuosi e morbidi, nudi di donne distese, come spesso li ritroviamo nelle sue acqueforti. Le donne non hanno volto, sono i loro corpi che narrano la propria sensuale femminilità.
Le montagne scalate, i ricordi di amici scomparsi, bozzetti, dediche: il panorama di Placido è vasto tanto da diventare di diritto uno degli artisti biellesi più affermati, arrivando ad esporre in tutto il mondo.

La sua passione per la montagna gli viene riconosciuta anche dagli stessi alpinisti che aprono “La via Placido” sulla parete nord del Monte Bechit, arrampicata di 120 metri di sviluppo e con difficoltà massima VIa.
Giorgio Marinoni, artista pollonese nato nel 1956, prende spunto dai disegni di Placido Castaldi per dipingere a pastello la natura che lo circonda.
Anche l’editoria biellese cura l’artista e pubblica  “I nudi di Placido Castaldi” del 1983 e “Il pianeta di Placido Castaldi” del 2011.

Nel  dicembre 2010, la Fondazione Cassa di Risparmio espone alcune sue opere nella mostra ” La collezione in mostra” ove vengono esposte opere di artisti biellesi di proprietà della Fondazione stessa.
Nel marzo 2011, a Palazzo Ferrero, gli verrà dedicata una intera mostra “”Il pianeta di Placido Castaldi” dove sono state esposte un centinaio di opere tra disegni, pitture e sculture che ripercorrono il percorso artistico dell’artista di Pollone.

Placido aveva una bella e giocosa amicizia con mio padre, Lanfranco Lorenzetti e a lui sono dedicati alcuni disegni. Anch’io, nel mio piccolo, ho un’opera dedicata, lo schizzo di un bosco della Westfalia. Ricordo, avevo 15 anni, a cena la notte di Capodanno con la mia famiglia a casa di  Placido, immersa nel silenzio del bosco, una cena che ricordo con curiosità visto che per la prima volta ebbi modo di assaggiare la carne servita con la marmellata di frutti di bosco. Placido prese un album per appunti e  in pochi momenti i tocchi della sua matita mi fecero entrare nei boschi della sua mente.

Chiara 

 

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“Antichi cognomi biellesi” – l’arte della correzione.

La mia passione per i libri è molto spesso arricchita dai libri antichi.
Un libro antico conserva la storia tra le righe insieme ad una sua personale, nelle pagine, nella copertina.
Tra le pagine si ritrovano segnalibri, molto spesso santini, sottolineature a matita, fiori essicati. Le pagine sono macchiate da umidità, altre ancora sono ancora unite, mai lette.
L’editoria biellese ha prodotto molti testi, di svariati argomenti, incentrati sulle opere edilizie di culto, quali Oropa e i santuari minori; sui ricetti, primo tra tutti quello di Candelo;  sulle piante auctotone, quali i castagni; su miti e leggende.
Molti sono gli scrittori, studiosi e fotografi locali che hanno dato vita ad un tesoro di informazioni che i libri hanno conservato.

Cesare Poma,  industriale cotoniero biellese, laureatosi in Legge, si avviò alla carriera consolare e fu console a Smirne, in Inghilterra, in Messico, in Cina e in Sud Africa. Tornato a Biella si dedicò agli studi storici, toponomastici e linguistici.
Tra questi, “Antichi cognomi biellesi” -appunti filologici- edito a Biella , Tipografia G. Testa, nel 1908.
Questo testo di 52 pagine, “…è limitato all’Index nominum…edito a Biella nel 1904” ed è una correzione dello stesso secondo le informazioni in possesso del Poma.
Parte da ADVOCATIS passando da GILODO terminando con ZUMALIA, e per ognuno vi è la derivazione, l’epoca e ove possibile, il significato del cognome.
-“ARTALDUS, ARTALDI, de ARTALDO, una delle più antiche famiglie. – Cognome di origine teutonica, da Artald, radici hardu duro e vald dominare.“-
Un lavoro di difficile correzione che deve aver preso tempo ed impegno allo studioso.

Ma si sa, il lavoro dello studioso non è mai finito, un lavoro di ricerca mai ha posa e tanta è  la passione da non restare mai immobili.
Ecco quindi che Cesare Poma, sul suo stesso libretto, apporta modifiche e correzioni ulteriori, e lo fa a mano, con postille a penna rossa, nera, con inserti in carta incollati.

Un fascino unico per un’opera ancora più completa, in perenne divenire.img_3686-copia img_3687-copia img_3689-copia img_3690-copia

Chiara 

Beppe Garella e il mito delle bambole Lenci.

Ho conosciuto Beppe Garella nel 1987.
All’epoca stavo terminando il corso di studi all’Istituto per l’arte e il restauro Palazzo Spinelli a Firenze, specializzazione “restauro ceramiche e materiali lapidei“. A corredo dell’esame finale ( che superai con la votazione di 100/100simi, risultato di cui vado fiera ancora ora, visto che i miei studi sono il mio lavoro) ci venne richiesta una tesi su di un’epoca o su di una manifattura di ceramiche.
Io, da buona piemontese, scelsi le ceramiche Lenci.

Non molto all’epoca era stato scritto, la monografia ” Le Ceramiche Lenci:1928 – 1964; catalogo generale dell’archivio storico della manifattura; ( 86 tavole a colori, 1862 riproduzioni in nero)” di Alfonso Panzetta, Umberto Allemandi & C., 1992 – 410 pagine era ancora lungi da venire; le poche informazioni potevano essere prese da capitoli inseriti in libri che trattavano la ceramica italiana degli anni 1930, o consultando in biblioteca le riviste d’arredamento e design in auge all’epoca, quale ad esempio Domus.

Curiosa dell’epoca storica ed innamorata del fascino fiabesco e poetico delle ceramiche Lenci, decisi di contattare l’allora proprietario e titolare della ditta Lenci, presente nel 1987 sul mercato internazionale con la produzione di bambole in panno lenci.
Venni accolta una domenica mattina in via San Marino 56 bis a Torino, dal signor Beppe Garella. Ricordo di lui la classe e l’eleganza nei modi, la gentilezza e l’affabilità. Confesso che la prima impressione fu però ben diversa, visto che si presentò con una giacca in pelle da cowboy, con le frange e nulla del suo abito poteva farmi immaginare quale tempra d’uomo fosse.
In questo caso si può a ben dire che l’abito non fece il monaco!
Nella fabbrica, deserta la domenica mattina, il signor Beppe mi fece visitare le varie fasi produttive della lavorazione delle bambole in panno: la pressatura in stampi per i visi, la forgiatura, la pittura dei volti e le loro caratterizzazioni, la zona della cucitura, con tavoli, stoffa, fili, forbici, macchine da cucire in ordine perfetto.
Fu come respirare un altro tempo.
Fuori la strada chiamava il futuro, la tecnologia, dentro il ritmo era rallentato, silenzioso, arcaico e sognatore.

Restai in contatto per molto tempo ancora con il signor Beppe Garella, che, dopo che ebbi finito la scuola, diventò mio cliente, portandomi da restaurare splendidi oggetti in ceramica Lenci di sua collezione privata, cosa che fece anche il figlio dopo la sua scomparsa.

E’ un ricordo che talvolta riaffiora alla mente; Beppe Garella seppe darmi, con la sua professionalità e serietà, un valido esempio su come coltivare la propria passione senza cedere; un esempio di dedizione al lavoro che ancora porto dentro.

Chiara

Dott. Beppe Garella al lavoro presso Lenci  Foto presa dalla pagina facebook "Lenci Doll Collective"

Dott. Beppe Garella al lavoro presso Lenci
Foto presa dalla pagina facebook “Lenci Doll Collective”

Dott. Beppe Garella al lavoro presso Lenci Foto presa dalla pagina facebook “Lenci Doll Collective”
Dott. Beppe Garella al lavoro presso Lenci
Foto presa dalla pagina facebook “Lenci Doll Collective”

Assi e How To Demo: l’arte eccelsa della liuteria

L’albero è natura in evoluzione, armonie di sole, pioggia, terra. Il legno che ne nasce genera nuovo movimento, liberandone il vento, i sussurri della notte, il districarsi delle radici.

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Assi Guitars

Dai tronchi segati, linfa dispersa, venature interrotte, s’intravedono fessure di futuro, occasioni stabili o mobili, essenziali o futili. Il legno è prima necessità, bruciato nei camini, nascosto in tavoli o letti, ridotto a carta, cassa, vetrina d’arte.
Occorre quindi una mano esperta a riconoscere le assi, una accanto all’altra, un occhio saggio, il fiuto dell’artista; occorre un orecchio acuto, un ingegno fine,  una mano esperta.
Occorre un liutaio.

Assi Guitars
Assi Guitars

L’idea è nella mente, la mano scolpisce. Tratti morbidi, diretti, curvi, l’uomo e la natura parlano lo stesso linguaggio.

Assi Guitars
Assi Guitars

Precisione, silenzio e la musica già risuona dentro, gesti secolari senza tempo.

Assi Guitars
Assi Guitars

Il liutaio è un mestiere antico che rincorre il presente, lo supera.
Il legno ascolta e rimanda ciò che vive. Il legno si presta. Si pressa, si incastra. Nasce.

Assi Guitars
Assi Guitars

Nasce una chitarra, un basso, colori, forme, misure, una cassa armonica che deve ritmare il tempo, cullare i desideri, incantare le menti. Lo sai vero che costruire una chitarra è un po’ dar vita?

Assi Guitars
Assi Guitars

Ma chi è il moderno liutaio? E’ chi sa stare dietro ai tempi, chi sa costruire il vecchio e adattarlo al nuovo, unendo competenza ed inventiva.
Così nasce Assi Guitars, dalla professionalità di Giacomo E. Salmoiraghi Luthier/Designer; Giorgio De Lucchi Photographer/Consultant; Gabriele Cento ( qui la sua intervista su Poeti d’ombra Artist/Coordinator e Francesco Lacopo Assistant/Builder.

Eccoli, disegnati da Simona Tosi ( qui il suo link Fb)

Giacomo, Giorgio, Gabriele, Francesco
Giacomo, Giorgio, Gabriele, Francesco

Eccoli a Novegro, Gabriele Cento e Pietro Nobile ( qui il sito)

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Un basso come quello sul tavolo non può passare inosservato, vero?
Splendido!

Assi Guitars Sciatt basso
Assi Guitars Sciatt basso

Pare quasi normale che sia stato prescelto come basso della settimana dalla rivista musicale americana “No Treble”
(qui il link con le caratteristiche del basso)

Se ancora non fosse chiaro cosa si possa produrre unendo legno e genialità artigianale ecco il sound di Sciatt

Assi Guitars è su facebook

E su youtube con How To Demo di Gabriele Cento

Chiara

Recensione: “Il posto delle fragole” di Massimo Botturi

Appoggio il capo della mestizia di alcuni giorni di vita grama, nello sconforto s’accende il ricordo e la solerzia dei passi, si placa.
Apro allora con rito e cerimonia il libro di poesie di Massimo Botturi, una pagina dopo l’altra con la lentezza pigra degli anni e siedo al suo tavolo, accanto, spalla a spalla. Volto il viso ed intravedo quel guizzo rosso che genera amore e poesia. Può questo un libro di poesie? Può ridonare la pace? Riprendersi il respiro da sotto la terra?

“Il posto delle fragole” di Massimo Botturi è un campo da coltivare d’emozioni e il poeta  v’è a guida e maestro.

“Il posto delle fragole è qui, che m’hai nutritoil-posto-delle-fragole
col latte di chi fonda città
e dà nome ai fiori. E’ questo bell’andare
che ci matura al sole, è la gentile ombra
che ci facciamo dopo.
Servisse un’occasione di esserlo davvero, vicini
quasi dentro, alla felicità” ( Il posto delle fragole)

L’arte della poesia  è la sua strada e sporcarla con le mie parole par di mettere ghiaia bianca ove c’è erba prelibata.
“Ti scrivo una poesia come farei l’amore.
Entro nel foglio tutta la testa
perché è acqua, la fonte che d’estate si carica di labbra.
Gli segno gli orli come una sarta
gesso chiaro, fingo sia una tovaglia di trine […]
[…] Ti scrivo una poesia che fa cenere dei giorni
di noi, quando vibriamo come due pietre scaglie
e fuori viene un fuoco ch’è ancora da inventare” ( La cenere dei giorni)

Se t’appresti al bordo liscio e tondo delle parole del poeta, scorgerai i sentimenti di cui t’adorni capo e cuore ogni mattina; sebbene siano sue, di natura ti si generano dentro e rinascono, radici e rami impiantati.
La nostalgia, se la vuoi trovare
“E si sta come le vedove al mare
gli occhi lunghi, a misurare il cielo
piedi bagnati e lustri.
Si sta come le reti da rammendare ancora
nostalgiche del fondo
della veloce mano, dei nodi scossi addosso al corallo.
E’ un bel rumore” ( Sera) 

L’amore, prediletto figlio del poeta, d’antica e vetusta devozione e fedeltà
“Dì, te l’immagini natale tra vent’anni?
O capodanno, pieno di spari, e di rumori?
Capaci ormai di sopportare niente?
Io lo so.
Cucineremo pasta e lenticchie, una bottiglia
di quelle sigillate da timida allegria;
con le ciabatte e le doppie calze
mezze luci. La tele che sputtana musica col dire” (Timida allegria)

l’amore, quello della carne e della pelle e del silenzio delle parole
“Parole che è meglio lasciare da parte
procedere prima a carezze, su in fronte.
Parole d’addio che farebbero a pugni
parole per ridere senza rancore.
Parole che al posto del t’amo, nessuna” ( Parole)

La malinconia del tempo spezzato, tornato, riperso, inflitto, vissuto, non sprecato.
“Sapere prima il tempo che non sarai più tu 
a spegnermi la luce, non so
se lo vorrei” (L’oracolo) 

Vi è un senso passato tra le parole di Massimo Botturi, l’odore del grano tagliato, il rumore secco delle cartoline tra i raggi della bicicletta, il freddo tra i calzoni, l’acqua fredda nell’acquaio, il gabinetto condiviso sul balcone, i baci sulla bocca, il fieno tra i capelli.
“Per dire le orazioni toglieva il suo ditale
il filo già scaduto alla bocca; ed ogni cosa
veniva come a prendere luce
là, in cucina
dove la roba d’altri sostava in agonia
per farci mille lire o di più
per la bottega, i libri della scuola
le scarpe da aggiustare.” ( In lei fuggiva vita del fiore)

così come alberga la follia, l’incompreso cenno delle lettere, righe scomposte, ricercata accuratezza delle parole, affannata corsa verso l’ignoto, ne mai il poeta se ne sottrae.
“Quel che va fatto è mettersi in pace
darti il meglio
di certi spettatori celesti sconosciuti
piedi di nafta ed eliche al passo.
I loro occhi, le orecchie e i magnetofoni accesi sulle stelle.
E’ darti le autostrade finite a piedi nudi
e gli elefanti sopra le donne
a farsi indietro, come coltelli in pance di ferro.” ( Cose uguali)

Viene da chiedere residenza ne Il posto delle fragole, cambiare nazione e là dimorare. Viene da distendervi una coperta e contare i fili d’erba, i rossi germogli dei frutti ancora acerbi; viene da alzare il capo nella notte buia a contare le stelle, senza intimorirsi del rossore della guance, dei desideri spinti, delle lacrime e delle risa.
Viene da restare, così come si resta sulle labbra di un bacio d’amore vivo.
” Ti bacio sulla bocca perché mi viene bene
e tu mi fai gli applausi
e si muore un po’ meno ( Ti bacio sulla bocca) 

“Il posto delle fragole”
Massimo Botturi
Collana “Poeti senza cielo” – Genesi Editrice
ed. maggio 2012
pag.105
€ 12.00

La poesia di Massimo Botturi si trova su massimobotturi.wordpress.com

Chiara

Poesie di Maurizio Donte

SAMHAIN

Io vedo l’ombra che avanza silente,
presso la chiara via d’acqua sorgiva;
dirada la nebbia che oscura
le lievi onde del lago:
con la memoria nel tempo divago,
ricordandomi di cose lontane…

Io vedo l’ombra che lenta si stende
e sui prati dilaga
e della mia cetra sfioro le corde:
dal tempo andato ricavo le note,
che non disturbino le anime sorde
dei morti eroi
che tornano dal Sidhe.

A Samhain s’accendono i fuochi,
nella notte degli amari ricordi
e canto alle ombre, trovando gli accordi:
“Disertate, vi prego, questa notte,
gli incroci e le strade, voi non sapete
dove conduce la via delle spade:
a strani luoghi, deserte contrade
da cui la vita non torna, ma viene
la morte. Ed un soffocante grigiore
regna sovrano, nell’oscurità
priva di stelle, notte fonda senza
mattino: l’alba non sorge in quel mondo
divino, là, dove domina il Dagda,
il signor della fine”!

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XIX – L’ISOLA DI SKYA

L’acqua si muove di sotto la nave
mentre leggera s’invola alla sponda,
dove vi è nulla di lieve e soave:

l’erto castello che è cinto dall’onda,
che, della dea, è la fissa dimora.
Qui il mio legno si mette alla fonda:

scende l’eroe e va dalla signora,
Scathàch che vive su quei duri scogli,
l’arte di guerra, insegnandovi ancora.

“Qui è bene che dell’orgoglio ti spogli.”
Dico al Mastino, ma lui se la ride,
scende dal legno, ruggendo alle sfide.

Viene di corsa, saltando le rocce,
come il salmone fa sulle cascate:
viene Setànta sul ponte che oscilla,

lo salta di slancio e sembra volare.
lo guarda, la dea, torva e sprezzante,
la lancia afferra e poi corre distante.

Viene Scathàch, come nembo di fiamma:
saltar del cervo, il suo passo veloce,
intanto che il cuore d’ira s’infiamma,

si fa il suo sguardo crudele e feroce.
Si erge dall’ombra ed impugna la lancia,
e s’apre l’aria e saetta Gae Bolga:

sotto quel colpo, l’eroe si sbilancia.
Cade il Mastino, ma presto risorge,
si alza da terra, qual sole che sorge.

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XX – LA SFIDA DELLA DEA

E viene Scathàch, saltando sui fossi,
dove, dei morti, biancheggiano l’ossi,

viene furente di rabbia divina,
lei, nata donna, ora dea che rovina.

Nessuno salva dalla sua furia:
piegò quei pochi con la lussuria;

maestra di guerra, delle armi è sovrana,
nessuno che osi chiamarla puttana.

Cadono le teste, sotto la spada
della guerriera che sbarra la strada

all’erta rocca, che è cinta dall’onda
dove il guerriero, s’accosta alla sponda.

Grida la dea con rabbia potente,
si perde l’eco al sibilar del vento:
di questo, l’eroe, sorride contento.
La mano mette alla spada lucente
e poi la guarda, anche lui sorridente.
Si frange il mare, tuonar da spavento,
sulle aspre rocce, dove io meno sento.
Urla il guerriero, la sfida furente,
regge lo sguardo della dea veniente:
suona l’acciaio, con forte clangore,
e lei sorride, vedendo il valore.
La colpisce il Mastino,
ed è proprio il dolore
che la conduce ben presto all’amore;
alza la spada e s’avanza prudente,
nella sera incipiente,
disarma l’eroe con forza suprema,

vola la lama,
ma lui no, che non trema!

I tre componimenti sono un estratto di Cù Chulainn, il Mito del Mastino di Cullan, libro di nuova pubblicazione.