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Poesie di Maurizio Donte

SAMHAIN

Io vedo l’ombra che avanza silente,
presso la chiara via d’acqua sorgiva;
dirada la nebbia che oscura
le lievi onde del lago:
con la memoria nel tempo divago,
ricordandomi di cose lontane…

Io vedo l’ombra che lenta si stende
e sui prati dilaga
e della mia cetra sfioro le corde:
dal tempo andato ricavo le note,
che non disturbino le anime sorde
dei morti eroi
che tornano dal Sidhe.

A Samhain s’accendono i fuochi,
nella notte degli amari ricordi
e canto alle ombre, trovando gli accordi:
“Disertate, vi prego, questa notte,
gli incroci e le strade, voi non sapete
dove conduce la via delle spade:
a strani luoghi, deserte contrade
da cui la vita non torna, ma viene
la morte. Ed un soffocante grigiore
regna sovrano, nell’oscurità
priva di stelle, notte fonda senza
mattino: l’alba non sorge in quel mondo
divino, là, dove domina il Dagda,
il signor della fine”!

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XIX – L’ISOLA DI SKYA

L’acqua si muove di sotto la nave
mentre leggera s’invola alla sponda,
dove vi è nulla di lieve e soave:

l’erto castello che è cinto dall’onda,
che, della dea, è la fissa dimora.
Qui il mio legno si mette alla fonda:

scende l’eroe e va dalla signora,
Scathàch che vive su quei duri scogli,
l’arte di guerra, insegnandovi ancora.

“Qui è bene che dell’orgoglio ti spogli.”
Dico al Mastino, ma lui se la ride,
scende dal legno, ruggendo alle sfide.

Viene di corsa, saltando le rocce,
come il salmone fa sulle cascate:
viene Setànta sul ponte che oscilla,

lo salta di slancio e sembra volare.
lo guarda, la dea, torva e sprezzante,
la lancia afferra e poi corre distante.

Viene Scathàch, come nembo di fiamma:
saltar del cervo, il suo passo veloce,
intanto che il cuore d’ira s’infiamma,

si fa il suo sguardo crudele e feroce.
Si erge dall’ombra ed impugna la lancia,
e s’apre l’aria e saetta Gae Bolga:

sotto quel colpo, l’eroe si sbilancia.
Cade il Mastino, ma presto risorge,
si alza da terra, qual sole che sorge.

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XX – LA SFIDA DELLA DEA

E viene Scathàch, saltando sui fossi,
dove, dei morti, biancheggiano l’ossi,

viene furente di rabbia divina,
lei, nata donna, ora dea che rovina.

Nessuno salva dalla sua furia:
piegò quei pochi con la lussuria;

maestra di guerra, delle armi è sovrana,
nessuno che osi chiamarla puttana.

Cadono le teste, sotto la spada
della guerriera che sbarra la strada

all’erta rocca, che è cinta dall’onda
dove il guerriero, s’accosta alla sponda.

Grida la dea con rabbia potente,
si perde l’eco al sibilar del vento:
di questo, l’eroe, sorride contento.
La mano mette alla spada lucente
e poi la guarda, anche lui sorridente.
Si frange il mare, tuonar da spavento,
sulle aspre rocce, dove io meno sento.
Urla il guerriero, la sfida furente,
regge lo sguardo della dea veniente:
suona l’acciaio, con forte clangore,
e lei sorride, vedendo il valore.
La colpisce il Mastino,
ed è proprio il dolore
che la conduce ben presto all’amore;
alza la spada e s’avanza prudente,
nella sera incipiente,
disarma l’eroe con forza suprema,

vola la lama,
ma lui no, che non trema!

I tre componimenti sono un estratto di Cù Chulainn, il Mito del Mastino di Cullan, libro di nuova pubblicazione.

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Poesie di: Stefania Nardi

SOLO TRE COSE

L’amore indossa i calzoncini blu e una maglietta di supereroi, che mamma ha bisogno di una certa protezione.
L’amore guarda con occhi grandi e misto verde, si pulisce la bocca con le mezze maniche di una maglietta, soffia aria tra denti ancora distanti.
L’amore inventa parole nuove per farsi grande, scappa quando ha paura, stringe Teddy nel sonno, ride d’ironia precoce.
L’amore osserva per crescere, cresce e non vuole, vive in un mondo dai contorni arcobaleno e teme il grigio.
L’amore incanta
L’amore ama
L’amore è amato.
L’amicizia nasce in due righe e tre minuti, o dopo dieci anni.
L’amicizia ha il tratto deciso di parole scritte, la colonna sonora di un viaggio, occhi che sanno leggere davvero.
L’amicizia ha un divano comodo, una sigaretta accesa, sa di tiramisù variegato e pennette al limone con troppa panna.
L’amicizia resta senza benzina, regala fiori preferiti, non sa ballare, conosce la follia.
L’amicizia ti dice che sei profonda, così profonda che forse ti sei persa. E tu sei persa davvero, e ridi.
La passione è una vita concentrata in poche ore.
La passione è una cuffia, una postazione, un microfono, la nota che credevi di non raggiungere.
La passione telefona all’improvviso in una mattina senz’aria, ecco il vento da quella finestra, finalmente.
La passione fa ridere e spera di ridere ancora.
La passione ha neuroni allenati, maglioni a collo alto, ha il sapore di un sigaro, sa stringere le mani, sfida e non da ragione.

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LA SERA DI TROPPO

È la sera dei baci non dati,
preludio d’un domani al condizionale.
Tenuta in piedi da mezze misure,
avanzo tra le braccia tese
di chi misure non ha,
di chi tregua non da’.
È la sera dei sogni restituiti,
peccatori di troppa realtá.
Stanca di sognare in silenzio,
urlo al mondo il bisogno di un’alba
che mi svegli da questa notte
di buio e coperte,
di pensieri pesanti e occhi pensanti.
E’ la sera delle pagine non lette,
scritte a metá e per metá promesse.
Lettere che attraggono e trattengono speranze,
punti che non chiudono mai i discorsi,
virgole che diventano facili appigli.
È la sera delle preghiere atee.
È la sera della luna appesa.
È la sera del quarto desiderio.
È la sera che voleva illuminare.
È la sera che non mancava.
Ed è giá notte.

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LEGAMI DI PAROLE

Stringi la mia mano
lungo la stradachenonso,
portami dove tutto iniziò,
ch’io possa guardare
con gli occhidichiero,
negli occhidichieritu.
Torneremo bambini forse,
noi che mai lo siamo stati,
e come bambiniadultimancati,
inventeremo giochinongiochi
per capire come sarebbe stato,
quello che nonsaràpiù.

Poesie di: Francesco Deiana

VOGLIO TORNARE FRA GLI ESSERI UMANI

Vivo da solo, non pago l’affitto,
son paraculo, e questo l’ammetto,
parlo con tutti, però resto zitto,
mi si confà questa vita da inetto.

Passo la notte fissando il soffitto,
apro il computer e già mi connetto,
palpita il cuore, mi sento trafitto,
conto gli “I like” e ritorno nel letto.

Sono imbrigliato da questo gomitolo,
Facebook mi corre di sotto le mani,
un piciu che tagga adesso lo stritolo:
non posti più le sue foto di cani.

È ormai tempo di chiuder capitolo,
portami altrove da ‘sti ciarlatani,
leggilo bene codesto mio titolo:
voglio tornare fra gli esseri umani.

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NON CI SONO TERAPIE

Tentar di combaciare con l’immagine
che si ha di se stessi è pericoloso,
tra me e me s’è aperta una voragine,
uno iato incolmabile, impietoso.

Non ho ancora intrapreso un’indagine
seria su me stesso, perché non mi oso,
mi limito a sfogliar poche pagine
che già conosco, e poi mi riposo.

Uno psicologo serve, mi dici,
a superare le malinconie
che impediscono d’essere felici.

Forse, ma non ci sono terapie
che possan sostituire gli amici
e possan sostituir le poesie.

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ORAMAI MI PRENDONO TUTTI IN GIRO

Oramai mi prendono tutti in giro
perché scrivo sonetti, normalmente
ci sono quelli a cui non frega niente,
secondo altri invece me la tiro.

C’è quello che non lo sai veramente
cosa pensa, ti legge e fa un sospiro,
poi c’è quello per il quale deliro,
quello finto e accondiscendente.

“Belle”, mi dice, “mi piacciono molto
le tue poesie”, ma io soprassiedo
e guardo l’espressione del suo volto,

non capisco però che cosa vedo,
solamente so che più lo ascolto
più mi rendo conto che non gli credo.

Poesie di: Riverso

IL CIELO NON ABBRACCIA IL MIO SGUARDO  

Distante. Il cielo non abbraccia il mio sguardo
ma lo disperde, come nube leggera che s’apre
in un occhio lattiginoso di rena e mare,
mentre ondeggiano le rondini all’orizzonte
e questo sole filtra dal vento, come un dardo
che trafigge l’onda di quest’iride, e riscopre
il verdeggiante silenzio, l’intenso sapore
d’un’anima che vive d’un respiro simbionte. 

Distante, il tuo volto nel mio riflesso, scompare
e si disperde, come spumiglia d’amore,
il profumo di muschio e lavanda dei tuoi sorrisi,
mentre l’universo muta la forma dei nostri confini
concavi, in un tempo che volge a dissipare
il distacco ritmato dai giorni, quel dolore
che in lontananze di tramonti cremisi
vede l’intrecciarsi perpetuo dei nostri destini. 

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DISNODA DALLE DITA AFFUSOLATE E BIANCHE

Disnoda dalle dita affusolate e bianche
le ciocche d’ebano e di salsedine
che l’onda della mare sfavillando di luce
ha intrecciato tra il tuo sorriso
e la leggerezza d’una voluta di spuma. 

E mentre tessi dei tuoi capelli le trame,
districa quel tuo essere Amata
senza recidere dei ricordi le radici nell’anima…
e nel tuo passo leggero di dama
sulla rena umida le tue orme spoglie
come note su un pentagramma
musiche inattese andranno a comporre,
armonie d’estivi sogni che addormentandosi
a perdersi sotto il ciglio delicato del mare sfumeranno.

 In quel profilo d’un chiaroscuro gioco
t’osservo, dall’ombra d’un ginepro,
mentre il profumo acerbo delle bacche
si mischia al mio e alla sabbia.
Odo del tuo canto il sorriso e lo spendore,
mentre nell’orizzonte profondo
il mio ed il tuo sguardo si perde,
e naufrago d’Amore nel buio mi confondo,
fingendomi terra, e poi acqua, e cielo,
quel panorama lontano ed eterno
in cui il nostro sguardo si ritrova.

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COME UN REFOLO DI VENTO ARRIVA

Come un refolo di vento arriva
improvviso ed inatteso,
ad impregnar l’aria ed il respiro,
il tuo profumo,
e sorgivo un torrente in petto
dirompe, sull’acciottolato tondo
e rilucente d’emozione
a galoppar dritto verso il cuore,
che del bordo il colmo,
di te, mai raggiunge.

 Arriva impensato,
da un dove che non immagino,
forse distante, oltre tempo,
oppure prossimo, cullato dal palmo
d’una mano che nella mano
prigioniera e libera,  non ti dimentica.
E lo sento danzare nell’aria,
girar in vortici ritorti e preziosi,
brillar nel sole e tra le nubi,
fino all’attimo in cui,
avvolgendomi, mi consola.

 Così, nei momenti in cui ti penso,
e le parole si sciolgono del significato,
si confondono, piovendo a terra vuote,
come viaggiatore nel tempo
giungi, in un refolo di vento,
a rammendar i ricordi,
ricucendo i significati,
giungi tu
a colmare le  parole,
come se prima d’ora mai avessi scritto,
come se prima d’ora mai avessi parlato
giungi tu
ad accecare il mio silenzio.

Poesie di: Lila

A MIA NONNA

Avevi capelli rossi lunghi come l’aria
stesi sull’erba, accanto alla tua terra
Gli occhi grigi
velati dalla paura della morte,
le guance come tulipani
mani rugose e belle

Ridevamo
io e te, malizia contadina,
con te sentivo il profumo, farina
le uova, un po’ di sale
poi impastare
e mangiare il frutto, del tuo lavoro

Il pomeriggio a volte
parlavi del tuo mondo
di te e della tua vita
di quell’uomo mai troppo amato
e di tua figlia uccisa dalla guerra

La terra tiene con se lei e te, ora
riscaldata dal sole
il sole che spesso cercavi
nei pomeriggi di ogni primavera.

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IL RIFUGIO

La pioggia cade trafigge le ombre
d’automobili in coda come foglie
sparse e il semaforo verde colore,
l’età chimera d’amore tra voglie
che s’affacciano a volte numeri, ore
calcolate, velocità distoglie
e toglie la pellicola d’umore
che copre il viso dei passanti coglie
assente il circolo casto, l’errore
di andare fuori, evadere. Alle soglie
del risveglio si posano le spore
di un millennio e tra marito e moglie
o platonico o virtuale l’amore
o come polvere che il vento scioglie
tra i capelli dispersi, smog, odore
che dai tubi passa e la vita sceglie
lentamente la chiave del motore
si gira là dove il mulino coglie
l’acqua rapida del fiume corre e gore
tra le ruote calde, con il viso a scaglie.

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VEDRAI COM’E’

Non so se accadrà domani
le mie mani su di te
tradisco pensieri
e mi abbandono
Non amo i calcoli
ti penso e nulla più
ti chiedo solo
di essere
per me.

Poesie di: Francesca Pels

DIO
So perché ti ho creato
Ma non ricordo perché ti ho creato
Così.

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CANNIBALISMO

Vivere
secondo un oroscopo
da deridere:
persone
che vanno bene
che non vanno bene
adatte
non adatte
compatibili
incompatibili
come fossimo cavi usb.
Usarci
potendoci ricomprare
potendo cambiare modello
e rimetterci sul mercato al costo di un sms al
quattro-otto-quattro-fattene-una-ragione
che ci dica
se
andiamo bene;
controllo qualità della nostra azienda
per cannibali.
Siamo vegani
ma gli uomini li mangiamo,
siamo ambientalisti
siamo ecologisti
ma di umani ci strafoghiamo:
idee poco inquinanti
poco inquietanti
sentire a basso consumo
persone ad alta digeribilità
per fottere – forse
per fottercene
per fotterci.
Realtà di pixel
facendo l’amore a chilometro zero
con una webcam.
Vivere spolpa
se lo si fa bene;
noi cerchiamo di sopra-vivere
di sopravviverci.
Ma io non voglio
non voglio sopravvivere
io non mi accontento di questo cannibalismo
educato. Io mi incazzo e
maleducatamente
vi mando affanculo.
Non ho nessuno di ultraterreno
per cui risparmiarmi.
Io scelgo di esistere:
sentire è sempre sentire forte
ogni incontro uno scontro
ogni graffio uno squarcio
ogni volta una svolta
il coraggio di avere coraggio
con fragilità.
Vivere
e rischiare di
morirne
con la voce che trema
i capelli spettinati
i segni dei ricordi sul corpo
il peso dell’incapacità di scordare
e la beffa di rinascere
dopo ogni catastrofe.
Nessuna garanzia.
Nessuna assicurazione di
sentire
sapere
pensare, ma non troppo.
Solo il cosmo
addosso
e dentro
caos

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FILANTROPIA A DOMICILIO

Avvolta
intorno alla colonna vertebrale
mi spiego
me;
come un astronomo
con il suo telescopio
osservo
dietro le mie palpebre chiuse
e imparo
a convivermi.

Poesie di: Annelisa Addolorato

BUROCRAZIA ALIMENTARE

multiculturalismo e grammatica italiana spicciola
(parte prima: cambio di consonante, vocale e uso delle preposizioni ‘di’ e ‘da’)

La barca da bollo
La marca da ballo
La barca da ballo

La burka da ballo
La burka da bollo

La burka da bello
La barca da bello
La marca da bello

La barca di Nello
La marca di Nello
La marca di nello
La barca da nello

La marca da dello
La burka da dello

La barca da bollo?
No…
La marca del pollo!
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ECCO VOLEVO DIRE

Basta-basta-basta con gli inceppamenti nel download dell’amore… Basta!
Déjate llevar.

Sì,sì. Ti ho detto sfruttami,
ma intendevo dire ‘sbucciami’,
piano piano, di tutti i vestiti,
di tutto il superfluo,
e aiutami a incontrarti.
Proprio qui.

Effetto biancaneve:
llévame contigo.

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MUTUO D’AMORE

Per una poetica della luce in più stanze
Prima stanza – A mò di introduzione nell’argomento
(ne seguiranno altre, in futuro)

Ai tempi che cambiano – Ovvero la fiducia nel domani
In passato, si moriva d’amore, i poeti – dicevano che “morivano d’amore”.
“Ah, muoio d’amore”, diceva il poeta tragico-romantico.

Oggi, invece… nel 2014: Mutuo d’amore

Mutuo amor di mutuo
Amor mutuo d’amor di mutuo.
Mutuo l’amor con un mutuo?
Mutando il mutuo amor / si ama il mutuo?
Amore io muto -forse- per mutar di mutuo
Muto il mutuo con amor
Io muto il mutuo con l’amor
L’amor di mutuo / è mutuo amor !!!

Mutuo amor
Mutuo amore
Amore mutuo.

versus

Amor del mutuo
Amore di mutuo
Mutuo d’amore. Amore muto. Per un po’ va bene. Ma non esageriamo! Ma torniamo a noi..

Mutato in mutuo, l’amore muterà?
Secondo i sondaggi e le statistiche, l’amore, così mutato, crescerà, aumenterà.

In barba a tasse e tassi, si espanderà sui metri quadrati disponibili,
anche debordando, illimitatamente, dalle mura di casa. Svalicando. Librandosi, liberandosi.

Perché, si sa, l’amore è nomade. E fermarlo sarebbe come
dar retta a quel buffo cartello, ossimoro in pensione, che nei mercati popolari
a volte diceva “DIVIETO DI SOSTA AI NOMADI”

Quindi, ma allora.., l’amore è mutuo?!!!

Hoy, los poetas son felices, como perdices!

E dicono:
“Oggi non muoio d’amore. Oggi mutuo d’amore!!”

Poesie di: Benedetta Murachelli

METTETEMI LE CALZE DOPO MORTA

Mettetemi le calze dopo morta
perchè i miei piedi si sono meritati
i mille e mille punti
addomesticati, ordinati, tessuti,
zampette tenaci su paralleli e meridiani.

Questi piedi guardati a vista,
e sempre dall’alto, hanno scalfitto
la corteccia degli indifferenti,
fuorviato lo strisciare degli infidi
ignorato per se stessi tante primavere,
disperso le polveri d’oro di amorose estati.
Hanno scavato lunghi solchi con unghie taglienti
lasciato anime in pena nei labirinti del rimpianto.
Recisero sul nascere i sogni arditi della notte
A volte accarezzarono morbidamente accosti compagni
condividendo superbi progetti di fuga
e troppo presto dimenticarono la dolce ebbrezza della corsa,
l’equilibrio in mezza punta di un giro di valzer,
la civetteria di un rosso tacco a spillo
i nervi contratti nell’abbraccio d’amore.
E furono impotenti alle falci dell’autunno
e al bianco accecante e freddo dell’inverno.

Mettetemi le calze dopo morta perchè
io possa riscaldare il ricordo che avrò di me.

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ARTIGIANATO FAMIGLIARE

Ti ho cucito un vestito di parole.
Ho srotolato la s per farne filo
la i mi fece d’ago
con la x ho tagliato un tessuto resistente
con le u e le c ho smussato gli angoli,
rinforzato i bordi, scoperto trame.
Dalla o ho ricavato un collo importante.
Ho adattato due p alle spalle,
per ogni gamba una flessibile L
Ho scelto accuratamente tra tutti gli alfabeti
fresco, tepore, vestibilità, adattabilitá.
Mi sfuggì la t. Fuori controllo,
percoteva la tua pelle battendo
a caso la tua indifferenza e mi facevo guerra.
E poi e ancora, senza arte né parte, con
candore, speranza, tenacia, pudore,
io ricucivo un vestito di parole
costeggiando, nuda, la pericolosa follia
di voler vestire l’anima.

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VOGLIO DESCRIVERTI

Voglio descriverti mio angolo solitario
confluenza dei miei punti cardinali
pentolaccia ribollente di elementi naturali
Acqua su fuoco
Fuoco su vento
Guerra su pace
E pace su guerra.
Movimento e fissità
apri gravi arditi
sconfinanti su praterie irrazionali
e ti richiudi in illeggibili acuti
pericolosamente in bilico
su scogliere indifferenti.
Mi ecciti con le speranze del mattino
sfida quotidiana al tempo
E accogli conquiste e delusioni
sui cuscini di piuma strappata della sera.

Poesie di: Francesca Cannata

FATA MORGANA

Oltre l’orizzonte
percepire l’infinito.
Là, dove tutto appare indistinto
dove tutto sembra finire
si celano terre sconosciute.

In fondo a se stessi
percepire l’essenza.
Là, dove tutto appare confuso
dove tutto sembra sparire
si nascondono risposte mai avute.

Oltre l’orizzonte
vedere l’anima rifrangersi
come fata Morgana
nel mare profondo…
….oltre l’orizzonte.

Settembre 2014
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LA LIBERTA’ DELL’ESSERE

Assaporo
il silenzio che ispira
la mia coscienza e da voce
alla mia anima.
Ascolto
non più confusa
da una folla indistinta
di voci lontane.
Voci che parlano
sussurrano e disorientano
sgomentano e scompigliano,
infine, impongono
le loro assurde verità.
Voci di gente non più
che furon nonni, sacerdoti e papi
voci di padri e di madri,
sorelle e fratelli
voci autoritarie, voci suadenti
voci persistenti….voci…..
Or state in silenzio?
Non più parlate?
Non più sgomentate?
Non più imponete?
Voci fasulle,
disperse dal libero vento
voci sconfitte, ormai senza fiato
voci svelate, voci scoperte….
da un dubbio scacciate.

Settembre 2014
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RITROVARE TE

Non so più
da quanto tempo
avanzo nel dubbio
precipito nel buio assoluto
che assomiglia al nulla.

Senza di te dentro
un’angoscia infinita
niente è come prima
niente ha senso.

Senza di te dentro
vago in disperata ricerca
di un senso.

Persa nel mare
dove regna fata morgana
attratta dal canto
di sirene incantatrici
abbandonata nell’isola
della crudele Circe
prigioniera nella tetra spelonca
delle ombre e delle false verità
proiettate su pareti umide e nere
attratta da un’esigua,
persistente fonte di luce
curiosa di dissipare ogni dubbio.
Oltre la luce….ritrovarti

settembre 2014

Poesie di: Mister Caos

SOGNATRICE

Sempre con il naso all’insù, Sognatrice,
tu che sei una spacciatrice di sorrisi.
In quei tuoi occhi colorati ad acquerello
non so contare le sfumature di blu cremisi
in cui i tuoi sogni a forma di barchette di carta
galleggiano spensierati e un po’ sbiaditi.

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CRONACHE GIOVANILI

Perso
assaporando il silenzio che impasta
il peso della spensieratezza,

rimanendo a galla in un bicchiere di etere
già ubriaco d’entropia.

In tasca
la bellezza di un asterismo,
pronto da barattare

con un bacio,

o per un congiuntivo sbagliato.

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POESIA SENZA TITOLO

Piove
Disordine di accenti
In quel monolocale di conscio
All’ombra
Dei miei occhi celesti.

Introspezione che inciampa
Su rime e caffeina,
bestemmiando il malumore
armato di malinconia,

per scriver questa poesia

orfana di un nome,

ma libera
di camminar sopra
la gravità della fantasia.