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Poesie di: Lila

A MIA NONNA

Avevi capelli rossi lunghi come l’aria
stesi sull’erba, accanto alla tua terra
Gli occhi grigi
velati dalla paura della morte,
le guance come tulipani
mani rugose e belle

Ridevamo
io e te, malizia contadina,
con te sentivo il profumo, farina
le uova, un po’ di sale
poi impastare
e mangiare il frutto, del tuo lavoro

Il pomeriggio a volte
parlavi del tuo mondo
di te e della tua vita
di quell’uomo mai troppo amato
e di tua figlia uccisa dalla guerra

La terra tiene con se lei e te, ora
riscaldata dal sole
il sole che spesso cercavi
nei pomeriggi di ogni primavera.

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IL RIFUGIO

La pioggia cade trafigge le ombre
d’automobili in coda come foglie
sparse e il semaforo verde colore,
l’età chimera d’amore tra voglie
che s’affacciano a volte numeri, ore
calcolate, velocità distoglie
e toglie la pellicola d’umore
che copre il viso dei passanti coglie
assente il circolo casto, l’errore
di andare fuori, evadere. Alle soglie
del risveglio si posano le spore
di un millennio e tra marito e moglie
o platonico o virtuale l’amore
o come polvere che il vento scioglie
tra i capelli dispersi, smog, odore
che dai tubi passa e la vita sceglie
lentamente la chiave del motore
si gira là dove il mulino coglie
l’acqua rapida del fiume corre e gore
tra le ruote calde, con il viso a scaglie.

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VEDRAI COM’E’

Non so se accadrà domani
le mie mani su di te
tradisco pensieri
e mi abbandono
Non amo i calcoli
ti penso e nulla più
ti chiedo solo
di essere
per me.

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Poesie di: Grazia Bruschi

QUISQUILIE

È fatta di quisquilie questa vita,
cose di poco conto.
Eppure il suono, se lo ripeti nella mente
(provaci dai: q u i s q u i l i e)
ha in sé qualcosa che rende tutto quanto
divertente.
Un non so che di leggerezza e di magia
che trasforma anche il banale in allegria
Quisquilie, quisquilie… è come un tamburello
impertinente che sa scandire il giorno: il trillo della sveglia,
un cappuccino, il rito della spesa, due uova al tegamino.
Quisquilie e poco altro riempiono il mio tempo,
tra tintinnii d’amori e sorrisi di stelle.

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MILLE

Mille bocche non fanno
la tua bocca
e mille occhi non assomigliano
al tuo sguardo
Tutti i piedi e le mani del mondo
non servono a portarmi da te
nè a fingere che siano tue le carezze
che per orrore ignoro

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RICORDI DI TERRA

C’erano biglie colorate un tempo
e mani di bambino giocavano nelle cascine
su un’aia grande come il cuore
dei contadini, pronti a togliersi il cappello
quando passavano le gonne
ingentilendo il viso con un sorriso.
E la campana chiamava calde minestre e un bicchier di vino
e a rimboccar le maniche ci voleva solo un minuto
per poi ricominciare a faticare
ché la terra era bassa e il giorno lungo.

C’erano pannocchie da sgranare un tempo
e in cerchio i canti; il gallo svegliava il giorno
e la civetta i morti. Le porte delle case erano aperte
e il freddo non mancava mai, neanche d’estate
ché il caldo lo hanno inventato dopo, quando oramai
tutti avevano il cappotto e volevano cambiar mestiere
ché la terra era bassa e nessuno ci voleva morire sopra
ma solo andarci sotto e il più tardi possibile.

C’erano le corse coi sacchi un tempo
e l’albero della cuccagna impalava il cielo
e il Domenico arrivava sempre primo
perché era il primo di dieci figli e la gallina serviva per il brodo
come le sue mani alla fabbrica, ché nei campi a spezzarsi la schiena
– lo aveva giurato – non ci sarebbe andato mai
ché la terra era bassa e la è ancora oggi
che è rimasta sola e nessuno la coltiva.