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Poesie di: Riverso

IL CIELO NON ABBRACCIA IL MIO SGUARDO  

Distante. Il cielo non abbraccia il mio sguardo
ma lo disperde, come nube leggera che s’apre
in un occhio lattiginoso di rena e mare,
mentre ondeggiano le rondini all’orizzonte
e questo sole filtra dal vento, come un dardo
che trafigge l’onda di quest’iride, e riscopre
il verdeggiante silenzio, l’intenso sapore
d’un’anima che vive d’un respiro simbionte. 

Distante, il tuo volto nel mio riflesso, scompare
e si disperde, come spumiglia d’amore,
il profumo di muschio e lavanda dei tuoi sorrisi,
mentre l’universo muta la forma dei nostri confini
concavi, in un tempo che volge a dissipare
il distacco ritmato dai giorni, quel dolore
che in lontananze di tramonti cremisi
vede l’intrecciarsi perpetuo dei nostri destini. 

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DISNODA DALLE DITA AFFUSOLATE E BIANCHE

Disnoda dalle dita affusolate e bianche
le ciocche d’ebano e di salsedine
che l’onda della mare sfavillando di luce
ha intrecciato tra il tuo sorriso
e la leggerezza d’una voluta di spuma. 

E mentre tessi dei tuoi capelli le trame,
districa quel tuo essere Amata
senza recidere dei ricordi le radici nell’anima…
e nel tuo passo leggero di dama
sulla rena umida le tue orme spoglie
come note su un pentagramma
musiche inattese andranno a comporre,
armonie d’estivi sogni che addormentandosi
a perdersi sotto il ciglio delicato del mare sfumeranno.

 In quel profilo d’un chiaroscuro gioco
t’osservo, dall’ombra d’un ginepro,
mentre il profumo acerbo delle bacche
si mischia al mio e alla sabbia.
Odo del tuo canto il sorriso e lo spendore,
mentre nell’orizzonte profondo
il mio ed il tuo sguardo si perde,
e naufrago d’Amore nel buio mi confondo,
fingendomi terra, e poi acqua, e cielo,
quel panorama lontano ed eterno
in cui il nostro sguardo si ritrova.

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COME UN REFOLO DI VENTO ARRIVA

Come un refolo di vento arriva
improvviso ed inatteso,
ad impregnar l’aria ed il respiro,
il tuo profumo,
e sorgivo un torrente in petto
dirompe, sull’acciottolato tondo
e rilucente d’emozione
a galoppar dritto verso il cuore,
che del bordo il colmo,
di te, mai raggiunge.

 Arriva impensato,
da un dove che non immagino,
forse distante, oltre tempo,
oppure prossimo, cullato dal palmo
d’una mano che nella mano
prigioniera e libera,  non ti dimentica.
E lo sento danzare nell’aria,
girar in vortici ritorti e preziosi,
brillar nel sole e tra le nubi,
fino all’attimo in cui,
avvolgendomi, mi consola.

 Così, nei momenti in cui ti penso,
e le parole si sciolgono del significato,
si confondono, piovendo a terra vuote,
come viaggiatore nel tempo
giungi, in un refolo di vento,
a rammendar i ricordi,
ricucendo i significati,
giungi tu
a colmare le  parole,
come se prima d’ora mai avessi scritto,
come se prima d’ora mai avessi parlato
giungi tu
ad accecare il mio silenzio.

Intervista a: Riverso

1)Presentati brevemente, indicando anche il tuo blog, se ne usi uno per pubblicare.

Sono un “ragazzo” di quasi quarant’anni ormai, che non si può definire poeta, ma di certo si sente un menestrello amante delle parole, dei giochi che si possono fare con esse e di tutto quello che concerne la nostra bellissima lingua. Ho un blog dove pubblico, quando l’ispirazione mi guida, qualche poesia http://riversamente.worpress.com . Questo per quanto riguarda il ragazzo. L’uomo quarantenne, invece, collabora come agronomo con strutture private e regionali, in una regione che ho imparato ad amare come il Lazio.

2) Quando hai iniziato a scrivere cosa ti ha spinto e perché?

La mia prima opera la conservo ancora gelosamente, l’ho scritta in seconda elementare. “La Natura”, poesia che conosco a memoria e che suscita in me ancora un senso di dolce commozione. Il perché forse non esiste… credo che scrivere poesie per me sia una semplice attitudine, c’è chi è portato per la musica, io per la poesia.

3) Che genere di poesia scrivi? Se più di uno, in quale pensi di riuscire ad esprimerti meglio?

Sono molto poliedrico da questo punto di vista. Ho uno stile che spero si distingua dagli altri, e con questo affronto, di solito, le impervie vette dell’Amore, puro o carnale, immaginario o reale. Altre volte mi diletto in poesie storiche, oppure in opere attuali, ho toccato temi come le guerre, la religione, la politica. Indubbiamente il filo conduttore che lega ogni mia opera è la Natura, vista e vissuta anche nella vita reale come madre e amante, unica e sempiterna.

4) Il tuo lavoro è influenzato/ispirato da qualche poeta del passato? Se sì, chi è e in che modo ti influenza/ispira?

Sarebbe forse più facile dire chi non mi influenza. Uno su tutti? Montale. Lo amo, alla follia, lo invidio, alla corrosione. E’ l’inarrivabile vetta a cui aspiro. Non credo ci siano poeti di una levatura e di un’incisività così profonda come Montale, i cui versi ogni volta aprono baratri di passione e di emozione che non sospettavo neppure di avere. Poi posso citare Dante e Petrarca (quando scrivo sonetti), Neruda (per alcune poesie d’amore), D’Annunzio, Leopardi, Pascoli. La Merini è un’altra poetessa a cui non ci si può non rivolgere. Ma inserisco anche “poeti diversi”: De Gregori, Samuele Bersani per fare due esempi di grandi poeti-cantanti che sanno emozionare. Ancora potrei continuare con molti autori stranieri che ho letto (Neruda, già citato), Voltaire, Fried, Shakespeare, e molti altri.

5) Definisci il tuo stile poetico con un aggettivo e spiegane il motivo.

Soave. O almeno spero lo sia. Cerco nelle parole sempre la leggerezza, anche quando tratto temi come la guerra o la morte, cerco sempre un’aulica presenza che riesca ad alleggerire le mie parole. In realtà quel che cerco è una musica, ed essendo io d’ispirazione molto classica, cerco nelle parole quella sonata di pianoforte o quel susseguirsi di note che non so suonare, ma cerco di scrivere. Tramutare l’indessicabile in verbo… e per far questo, a mio parere, le parole devono raggiungere le vette più alte della musicalità e della leggerezza.

6) Tutti i poeti hanno delle parole, delle frasi che non riescono a fare a meno di usare. Quali sono le tue parole o frasi più ricorrenti?

Domanda che mi fa assolutamente sorridere. Ho amici molto critici e, quando utilizzo una parola troppo frequentemente, vengo schernito senza ritegno. Per questo ho un lessico ricco di sinonimi, quindi potrei dire che più che le parole è la sintassi è la mia cifra stilistica. Però, per non deludere le aspettative della domanda ammetto che mi innamoro con facilità di alcune parole e, pertanto, i capelli sono “ebano” e gli occhi “smeraldo”, le nuvole formano “arabeschi” e c’è sempre il sole, o la luna, o qualche gioco di luce che si va ad “intrecciar” chissà dove ed il tutto è “incanto”. La mia verve musicale impone, inoltre, verbi con finali tronche: svanir, morir, amar, tesser, sfumar… e potrei continuare ancora

7) Si dice che per vedere il mondo per quello che è veramente si dovrebbero guardare commedianti, artisti e poeti. Che cosa pensi emerga spontaneamente dalle tue opere?

Emozioni. Non credo di chiedere altro alle mie poesie. Voglio comunicare un’emozione e, perché no, far sentire una musica legata a quell’emozione. Che la musica sia quella che ho ascoltato io nello scriverla, o sia qualcosa di completamente diverso percepita da chi legge, poco importa. È importante però che un’emozione (non la mia, sia chiaro) emerga e colpisca chi mi legge. Questa è la mia massima aspirazione.

8) Spesso i poeti sono attivi anche in altri campi creativi. Oltre alla poesia ti esprimi anche in altri campi artistici non-letterari? Quali?

Non so se sia un campo artistico, ma amo i bonsai, gli Origami e, di tanto in tanto, faccio impazzire i miei cani e i miei gatti suonando il bodhran (male e fuori tempo… sono negato). Credo che scrivere poesie (e qualche volta narrativa) sia davvero il massimo a livello artistico che questo pianeta possa sopportare da me.

9) Quale tipo di letture preferisci?

Tutte. Leggo qualsiasi cosa, dalle etichette dei detersivi, ai giornali, ai libri (fantascienza, gialli, romanzi, commedie, racconti, poesie, ecc.), ai blog, ai testi scientifici, alle normative in ambito agricolo… mi piace leggere, cerco di farlo spesso, cerco di farlo sempre. In questo momento sto leggendo un thriller (Deaver) e un manga (così, per non farci mancare nulla…).

10) In tempi recenti è sempre più frequente la pubblicazione di poesie su blog o social network. Molto spesso si possono trovare lavori interessanti e ben scritti. C’è qualche poeta che torni a leggere di frequente e che vorresti raccomandare? (se possibile aggiungi anche il link al blog)

Seguo volentieri l’autore Hariseldom sul sito http://www.scrivere.info oppure, sempre su quel sito, altri autori come Patrizia Ensoli e Santo Aiello. Inoltre leggo volentieri le poesie di Mistral sul blog: http://ombreflessuose.wordpress.com/, oppure i racconti di rO ed i suoi amici su: http://farovale.wordpress.com/; ammetto però che sto facendo torto a molti autori (scrittori di narrativa o di poesia), ma spero mi perdoneranno se non li cito tutti.

11) Hai mai pubblicato una raccolta personale delle tue poesie? Se sì fanne una breve descrizione indicando anche i dettagli della pubblicazione (editore, distributore).

No, sono stato spesso presente su varie opere multi autore, ma una silloge personale ad oggi non l’ho mai pubblicata.

12) Spesso i poeti sono persone eccentriche. C’è qualcosa di te che rientri in questa definizione?

Non credo di essere eccentrico, non nell’accezione comune di questo termine. Spero di essere una persona originale, quando si parla con me.

13) Per chiudere l’intervista cita tre dei tuoi versi che credi siano i migliori (indicando tra parentesi il titolo della poesia e, se pubblicata, dove leggerla.)

A dire il vero non ho versi preferiti, ma ho una poesia che ricordo con piacere (e di cui riporto, infrangendo un po’ le regole, l’ultima strofa di ben quattro versi) non perché sia tra le mie più belle, ma perché è la prima dell’ultima importante svolta nel mio modo di scrivere:

“Attenderà il tempo i nostri passi,

poiché al tempo non obbediscono

gli amanti, uniti come unico corpo

l’un nell’anima dell’altra, a completarsi.”

(da: Attenderà il tempo i nostri passi http://riversamente.wordpress.com/2012/09/30/attendera-il-tempo-i-nostri-passi/)

Intervista a: Valentina Di Cataldo

1) Presentati brevemente, indicando anche il tuo blog, se ne usi uno per pubblicare. 

Valentina Di Cataldo. Sono nata a Milano nel 1986. Scrivo da quando ho imparato a combinare tra loro le lettere dell’alfabeto. Tratteggio personaggi, racconti, situazioni, appunti, che poi annoto sui miei ormai numerosi diari. La scrittura per me è sempre stata una passione e non solo, quasi una necessità, una imprescindibile domanda di senso che da sempre si è concretizzata in una ricerca incessante di stile e contenuto.
La mia pagina facebook https://www.facebook.com/pages/Valentina-Di-Cataldo/326728824024647?sk=timeline

2) Quando hai iniziato a scrivere cosa ti ha spinto e perché?
A parte i temi alle elementari, ho scritto il primo racconto in seconda media. Era una storia di una trentina di pagine, parlava di un gruppo rock americano in tournée a cui si rompe la macchina nel bel mezzo della campagna umbra. Mi spingeva un istinto duplice e molto semplice: da una parte la voglia di essere protagonista in una situazione inverosimile, dall’altra la necessità che qualcuno leggesse e apprezzasse quello che avevo scritto. Il secondo passo l’ho fatto a quattordici anni, con una consapevolezza nuova. Le pagine erano settanta. I personaggi più verosimili, le dinamiche interne più dettagliate. Da lì non ho più smesso.

3) Che genere di poesia scrivi? Se più di uno, in quale pensi di riuscire ad esprimerti meglio?
Sono un po’ fuori linea editoriale, lo so, ma più che poesia scrivo prosa. Racconti, romanzi, stralci e spunti. Però, soprattutto quando lavoro sui testi da leggere in pubblico durante i miei reading, ho un’attenzione particolare al suono e al fraseggio. Direi che il prodotto si potrebbe definire come una via di mezzo tra prosa poetica e musica non cantata.

4) Il tuo lavoro è influenzato/ispirato da qualche poeta del passato? Se sì, chi è e in che modo ti influenza/ispira?
Poeti… A quindici anni leggevo Neruda. A sedici sono rimasta letteralmente folgorata da Allen Ginsberg. Juke Box all’Idrogeno, America, Urlo, Kaddish. Il suono e la potenza di quelle frasi mi si è attaccato addosso e in qualche modo sta sedimentando ancora adesso dietro ogni mia riga. Non posso lasciare fuori dall’elenco: L’Orlando Furioso, l’Inferno di Dante, per stile, genialità e immagini. Includo anche De André e Bob Dylan, che erano poeti in maniera diversa. Poi ci sono i romanzieri, che sono la mia maggiore ispirazione. Garcìa Marquez, Cortazar, Saramago, Tabucchi, Franzen, Nicholls, Hemingway, Boll, anche se la causa di tutto, devo ammetterlo, è stato “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, di Enrico Brizzi, letto l’estate dei tredici anni.

5) Definisci il tuo stile con un aggettivo e spiegane il motivo.
Mi piace parlare delle cose semplici ma imprescindibili, amori, sogni, desideri, persone con vite e morti normali che però racchiudono una loro verità cosmica. Cerco di cogliere i dettagli più piccoli laddove mi sembrano spiazzanti, carichi di significato.

6) Tutti i poeti hanno delle parole, delle frasi che non riescono a fare a meno di usare. Quali sono le tue parole o frasi più ricorrenti?
Più che altro sono situazioni o ambientazioni. Vado a momenti. In questa fase mi piacciono i gatti, la musica, le case di ringhiera e le vecchie pazze. In generale mi ritrovo spesso a raccontare storie che girano intorno a uno stesso tema, magari affrontato in chiavi diverse. Ci sono tematiche che non riesco a mettere via finché non le ho analizzate, rielaborate, comprese e risolte dentro di me. Per anni ho scritto di storie d’amore finite. Adesso è un periodo che scrivo di donne che emigrano, ma sto lentamente virando di nuovo verso l’adolescenza e il desiderio.

7) Si dice che per vedere il mondo per quello che è veramente si dovrebbero guardare commedianti, artisti e poeti. Che cosa pensi emerga spontaneamente dalle tue opere?
L’urgenza con cui sono scritte. Almeno lo spero.

8)Spesso i poeti sono attivi anche in altri campi creativi. Oltre alla poesia ti esprimi anche in altri campi artistici non-letterari? Quali?
(Prendo di nuovo i racconti come sostitutivo della poesia, in cui mi cimento proprio poco, e con scarsi risultati). Oltre alla scrittura, suono il pianoforte e ballo.

9) Quale tipo di letture preferisci?
Quelle buone.

10) In tempi recenti è sempre più frequente la pubblicazione di poesie su blog o social network. Molto spesso si possono trovare lavori interessanti e ben scritto. C’è qualche poeta che torni a leggere di frequente e che vorresti raccomandare? (se possibile aggiungi anche il link al blog)
Mi dispiace, temo di non essere molto informata.

11) Hai mai pubblicato una raccolta personale delle tue poesie? Se sì fanne una breve descrizione indicando anche i dettagli della pubblicazione (editore, distributore).
No. Ci sono alcuni miei racconti pubblicati su riviste online e cartacee, come Linus e RifaJ. Inoltre un mio racconto è arrivato terzo al concorso “Respirare Parole” e verrà pubblicato in antologia per edizioni Marcos y Marcos ad ottobre 2014.

12) Spesso i poeti sono persone eccentriche. C’è qualcosa di te che rientri in questa definizione?
Non dovrebbero essere gli altri a notarlo? Per me, mi vedo centratissima. Poi chissà se l’asse è lo stesso intorno a cui ruota il resto del mondo…

13) Per chiudere l’intervista cita tre dei tuoi versi che credi siano i migliori (indicando tra parentesi il titolo della poesia e, se pubblicata, dove leggerla.)
Ai posteri l’ardua sentenza.

Poesie di: Intesomale

SONETTO DI LEGNO #6

Cento morsi d’America su un muro di quartiere
a Roma, San Lorenzo; a Milano, a San Babila
i morsi di San Giorgio, e le case squarciate,
mia nonna e i miei bisnonni per caso erano fuori:

fossero usciti dopo, fosse rimasta a casa,
fosse partito prima lo stormo della Royal
Air Force, quando mio nonno, con l’Armistizio in tasca
dalla Libia tornò, non l’avrebbe incontrata.

E sotto alle macerie, col corpo di mia nonna
avrebbe riposato l’ipotesi di me.
Così nel grembo bianco di ciò che non è stato
immagino i nipoti dei bambini di Gorla

che fanno un girotondo. Hanno i capelli rossi,
mi invitano a giocare, e non esisto più.

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LA TERZA SOLUZIONE

Quando tra le idee e le persone,
ho deciso di scegliere le idee,
le idee hanno schiacciato le persone.

Ma quando tra le idee e le persone,
ho scelto le persone,
le persone hanno schiacciato le idee,
e poi si sono schiacciate tra di loro.

Ho l’età di Alessandro quando è morto,
e ancora chiedo alle maschere e al coro,
se non c’è una terza soluzione
che non faccia violenza alla realtà,
e salvi sia le idee sia le persone.

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E LO CHIAMANO TRAMONTO

e lo chiamano tramonto, ma è un incidente atmosferico,
dalle camere non si vede,
da sotto agli ombrelli non si vede,
dalle porte di un treno non si vede,
dalle scale mobili non si vede,
dai cinema non si vede,
dai telefoni non si vede,
dalle lettere non si vede,
dai negozi non si vede,
dai capelli dalle dita dai nasi non si vede,
dallo stomaco storto non si vede,
dai gratta e parcheggia non si vede,
non dai vicoli, non dagli angoli.

non si vede nemmeno da corso como,
dove servono sangue all’happy hour,
dove si mangiano le olive e le ore,
dove ho salutato la schiena di andy che andava a morire,
dove ho fotografato grattacieli,
dove ho corso per essere sudato addosso a una giornata,
dove ho sudato per correre e arrivare in fondo a un venerdì,
però il tramonoto non l’ho visto mai.

non si vede da francesco crispi,
dove passano tutti e mi fermo solo io,
dove ho schiacciato tasti verdi e tasti rossi,
dove ho scoperto che cos’è ader,
dove ho scritto una poesia al cellulare,
però il tramonto non l’ho visto mai.

dalle porte non si vede perché pensi alle porte che poi si chiudono,
da corso como non si vede perché pensi a corso como,
da francesco crispi non si vede perché pensi ad altro,
e quindi forse è un incidente atmosferico,
e non serve a nulla.

è lì e succede alle spalle,
alle tue spalle mentre mangi in piedi,
mentre ti siedi per un caffè,
mentre pesano le domeniche,
mentre senti una mancanza,
mentre ti arrabbi o forse ti innamori o forse ti stanchi,
è lì e non succede a te, ma succede al cielo,
i suoi motivi sono lontani come le stringhe slacciate di uno sconosciuto,
e non ha nulla da rivelare.

Intervista a: Luz Amparo Osorio in arte Singing Luz

1)Presentati brevemente, indicando anche il tuo blog, se ne usi uno per pubblicare.

Mi chiamo Luz Amparo Osorio, nome d’arte SingingLuz. Sono un ‘artista, cantante, musicista e tante altre cose ancora. La mia vita è all’insegna della Bellezza. Mi potete trovare su face book sul profilo a mio nome.

2) Quando hai iniziato a scrivere cosa ti ha spinto e perché?
Ho iniziato a scrivere appena ho potuto prendere in mano una penna e capire la grammatica. Ho scritto praticamente da sempre.

3) Che genere di poesia scrivi? Se più di uno, in quale pensi di riuscire ad esprimerti meglio?
E difficile etichettare il mio genere di poesia. Ora mi esprimo in lingua italiana ma il ‘genere’ che ho trovato è dovuto all’odissea di lingue che ho dovuto affrontare durante la mia vita: sono nata in Colombia (spagnolo), adottata in Olanda (olandese), ho viaggiato per 6 anni (lingua internazione inglese) e poi sono approdata in Italia. Per 5/6 anni non ho scritto perché non sapevo come esprimermi nella vostra lingua poi ho ricominciato, prima traducendo dall’inglese, poi direttamente in italiano. A causa di questo la mia poesia non è molto ricca di parole ma è piuttosto semplice (l’italiano è una lingua difficilissima e complicata!) ma la mia poesia è forte nel suo messaggio: chiaro e semplice.

4) Il tuo lavoro è influenzato/ispirato da qualche poeta del passato? Se sì, chi è e in che modo ti influenza/ispira?
Ho scritto da sempre e da sola ho trovato la mia forma.Alcuni anni fa, in internet, ho scoperto il grande mistico Jallaludin Rumi che visse nel Xlll sec. Lui mi ha dato una spinta ulteriore per mettere in parola la mia ricerca mistica dell’esistenza.

5) Definisci il tuo stile poetico con un aggettivo e spiegane il motivo.
appunto: ricerca mistica dell’esistenza.

6) Tutti i poeti hanno delle parole, delle frasi che non riescono a fare a meno di usare. Quali sono le tue parole o frasi più ricorrenti?
Non saprei rispondere…..ho scritto così tanto!

7) Si dice che per vedere il mondo per quello che è veramente si dovrebbero guardare commedianti, artisti e poeti. Che cosa pensi emerga spontaneamente dalle tue opere?
Il bisogno di tornare ad ascoltare la terra, sentirsi uno con l’universo e tutto quello che c’è. Rispettarci, amarci e accettarci.

8) Spesso i poeti sono attivi anche in altri campi creativi. Oltre alla poesia ti esprimi anche in altri campi artistici non-letterari? Quali?
Canto, suono diversi strumenti, ballo, sono una mediatrice culturale e spirituale, guido delle cerimonie, leggo le carte e altro ancora

9) Quale tipo di letture preferisci?
Va a momenti, a volte romanzi storici, romanzi contemporanea, o fantasy

10) In tempi recenti è sempre più frequente la pubblicazione di poesie su blog o social network. Molto spesso si possono trovare lavori interessanti e ben scritto. C’è qualche poeta che torni a leggere di frequente e che vorresti raccomandare? (se possibile aggiungi anche il link al blog)
Rumi.

11) Hai mai pubblicato una raccolta personale delle tue poesie? Se sì fanne una breve descrizione indicando anche i dettagli della pubblicazione (editore, distributore).
No, ma uscirà l’anno prossimo un mio libro bilingue. (italiano – inglese)

12) Spesso i poeti sono persone eccentriche. C’è qualcosa di te che rientri in questa definizione?
‘eccentrico’ magari no ma come disse un altro scrittore: “i poeti sono eternamente in esilio”

13) Per chiudere l’intervista cita tre dei tuoi versi che credi siano i migliori (indicando tra parentesi il titolo della poesia e, se pubblicata, dove leggerla.)
Difficile!!! Avrò scritto centinaia di poesie durante gli anni!!….quindi sottoscriverò dei versi delle mie ultime creature:

E un giorno ti risveglierai
e ti ricorderai
 
che tutto questo mondo,
basato su giudizio, religione ed esterna bellezza
è un gioco d’ illusione

Shaman Whisdom

Wake up wake up my friend
and drop of those veils
that hide your innervision
Look with the Eye from within
and soar beyond all materialism 
and judgement of this world
Inside you have the power
to change, to heal, to become
Who You Really Are

“Inebriante come
il dolce profumo della rosa
così Tu mi avvolgi
 
e mi fai perdere i sensi”

sulle orme di Rumi

Poesie di: Lorenzo A.P.Balducci

SURGERY
(o “Della cucina terapeutica”)

Respiro rintocco scandito
aria che dritta si scava il midollo
mano che certo non vuole parlare
carezza il silenzio delle lame
per muti olocausti di verde
a un dio che segna le spalle, le righe, le rughe
Il gelo del sudore si scioglie
negli occhi dell’odore
si volta e svapora, con passo di danza abbandona la stanza
e il corpo, lieve di tendine e doglianza
Taglio diritto impietoso, senza “non posso”, senza “non oso”
si svuota di suono e di senso
il mondo che affolla,
non penso.
Raggiungo in un gesto, che è solo,
il cuore aritmetico del volo e del suolo,
del sopra e del sotto
scavo il crudele, il debole, il morto,
sangue di carne, carne di orto,
anatomia atomica di sacro controllo
sguardo distante e medico sulle vittime in ammollo
bolle e ribolle elegante pozione
La passione strozzata versata sul ferro rovente
paziente riordino e pennello il colore,
con devoto rispetto per i contorni del gusto, il sapore
che asseta la mente, il dolore
confuso e sgraziato, tritato,
liberato da fibre, semi, scorza
Respiro rintocco caduto,
aria che dritta ha scavato il midollo,
batte giù a terra e si arresta,
perché così deve, perché non protesta.
Raggiunta in un gesto, che è solo,
la polpa aritmetica del volo e del suolo,
del sopra e del sotto,
del vedo e mi vedi, del sento e mi senti,
delle parole che soffiano i denti,
di prima e di dopo, di viaggio e di scopo,
di ventre e di capo,
di crudo e di cotto.

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MARZO 22 – h.07:21 – Giorno -10
Ragioniamo: non ho dormito molto.
Le priorità del vivere desiderano uccidermi:
e per la primavera che avrebbe ormai da essere,
quest’umido freddino imbavaglia palle, pelle,
e il confortante bisogno di esistere.

Umido nello stomaco.
Il treno si muove da un po’. Il treno gelato.
Lamentoso attraverso il mattino.

Conto i soldi, lasciati dal biglietto,
conto tutto, anche le monetine:
per le magre condizioni finanziarie non abbiamo testimoni,

la carrozza è solo mia. E grazie a dio.

Prima fermata,
primi compagni,
seduti accanto a me per umana solitudine:
prima è il profumo,
riempie la gola,
mette la nausea, poi sono le parole
“eh beh del resto”,
o roba simile.

 Lo spazio è stato mio ma ora devo andare:
un sorriso formale lo posso tentare:
“oh, scappo, sto cercando un amico”.
E ciechi all’ironia della mia fatica,
gli occhi perdono questi spettacoli:
tra la gestione cosciente dei muscoli
una muscolare coscienza di gestione.

Sono quasi in fondo al treno, però seguo l’istinto
vado avanti: mi dirigo sulla testa confidando
di esser l’unico a affrontare quegli orari.

Due porte e l’odore scompare, si castra la voce:
mi siedo.
Un quadro elettrico, un motore, qualcosa
un’onda oscillante e grigia fa rumore.

Tenue, basso, strafottente, greve.
Mi alzo, sperando che i due
primi compagni non si accorgano
del mio antisociale, vilissimo trucco.

Oltre l’oblò
fan capolino
i capolinea: file di teste,
e c’è laggiù
una donna in piedi:
persone stanche, persone di mattina, quando
sali e poi basta,
sali e ti siedi.

Tutte vorrebbero ovunque essere tranne che li,
le docce non spengono le conseguenze epiteliali
delle nostre digestioni, le differenze
tra le assenze d’inappetenze
tra ogni dieta del pianeta e del paese
condensate in un unico pugno in viso
che si acquatta nascosto in un vagone:
scappo indietro.
Scappo indietro.

Vestito di nero per l’appuntamento
(se no con la minchia che dormivo tre ore!)
mi lascio scambiare per un controllore:

scavalco le diete, travolgo le occhiate,
spalanco le porte e raggiungo lo sguardo svuotato
dei miei primi incoscienti invasori.

Lo salto, con un’espressione che dovrei riconoscere come  bianco, scatenato terrore:
saprò bacchettarmi le nocche dell’autocontrollo al più presto,
seduto,
senza nessun respiro attorno oltre al mio.

Ultimi metri,
poi non c’è altro:
poi basta treno, è finita.
Loro hanno vinto.
Hai perso tu.
Li vedo già, di là dal vetro.
Un uomo grosso e malinconico s’è perso al finestrino:
gli ultimi getti di verde del viaggio
che da Como arriva a Milano
scattano indietro
scuri e brillanti di pioggia nella luce grigiastra.

Poco dietro di lui una ragazzina,
affogata con l’indice ossuto e la bocca semiaperta
nelle pagine ingiallite
di un grosso libro
con la copertina ruvida
e rossa.
Alza gli occhi verso di me.

No, non sono il controllore
(in questo momento mi torna in mente che è un mestiere),
la ragazzina infilza ancora il dito nella riga
e spalanca il fiocco del labbrone penzolante.

Restano otto sedili, annoiati,
a sfidarmi con fretta.
Restano otto sedili e un discreto silenzio.
Mi siedo. Rest.
.
Resta una fermata. Apro gli occhi.
Ragioniamo: non ho dormito molto, … 

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FLAT

Io conoscevo solamente le parole,
e devo dirlo: per un po’ ho dipinto bene.
Ma se finiscono i colori nei tubetti come fai
ad affrescare storie di freschezze nuove?

È silenzio,
e silenzio.
Seduto schiena al muro
culo al pavimento.
Loculo vagulo blandulo solo.
Credo sia un appartamento
Credo sia un grosso palazzo
Credo fatto da parecchie stanze,
parecchi corridoi,
ascensori.
Parecchie uscite di sicurezza e
vecchi sistemi d’allarme.
Credo sia vuoto.
Credo sia assolutamente vuoto,
di gesti, fiati, carni, sputi, merda, sperma e le altre forme che ha la vita.

Credo sia vuoto.

Credo che nelle parecchie stanze
nessuno abbia abbandonato avanzi,
credo che nei corridoi, parecchi,
nessuno faccia rumore,
in neanche un ascensore
nessuna faccia si rifletta sugli specchi.

Credo che l’eco rintronante che mi gronda
nel teschio
non sia niente di vecchio:
non è l’ombra stinta di antichi linguaggi
di prima dei viaggi
che svuotarono il palazzo. Tendo l’orecchio.
È la pompa che romba
automatica e feconda:
è riscaldamento, è acqua, è gas.

Non è il riverbero delle partenze:
sono le utenze.

E pago tutto, credo,
credo in un modo responsabile e concreto,
inattaccabile: se volete seguirmi di là…
…ho di là gli scontrini.
Li tengo assieme ad altri oggetti che
– mollette, puntine, bottoni – che
finisce che tornano buoni.

È per tenerli da parte
che esiste un “di là”,
prima non c’era.
Poi l’ho comprato.
Ho speso troppo e non m’è mai piaciuto,
ma mi si è tolto da dentro al cuore
credo un peso
credo le ansie, le urgenze,
per un cassetto in un armadio per le utenze.

Credo che il condominio sia grosso,
sia vuoto,
Credo siano vuoti i corridoi,
Credo siano vuoti gli ascensori, anche le stanze,
e credo lo crediate pure voi.

Si va di là?

Intervista a: Lorenzo A.P.Balducci

1) Presentati brevemente, indicando anche il tuo blog, se ne usi uno per pubblicare.

Sono Lorenzo A.P. Balducci, classe 1979: poeta-performer e attore.
Vivo per il suono delle parole: per una scrittura che nasca già orientata verso la voce, pensata per una lettura che sia assieme espressiva e narrativa. Questo negli anni è stato portato avanti in solitaria o all’interno di formazioni poetiche come Sensō, Canti Dai Mobilifici, Viandante, Nellacarne e 9Cento. La poesia è per me quindi principalmente raccontata, sonora: ma quando me ne ricordo e ne ho davvero voglia – ossia piuttosto di rado – pubblico qualche esperimento su loisthevoice.blogspot.it

2) Quando hai iniziato a scrivere cosa ti ha spinto e perché?
A parte un paio di episodi mantenuti nella memoria più per affettuosa tradizione che per marcare una reale data di “inizio delle operazioni”, potrei dire di aver cominciato a scrivere non appena ho imparato a farlo. Raccontare le immagini, i colori, le tensioni che si attorcigliavano nel mio stomaco e nella testa è sempre stato un bisogno imperativo e totalizzante. La resa performativa ne è la più immediata evoluzione. Perché scrivo? Perché quello che ho dentro possa uscire e pararmisi davanti. E perché quando non ho nulla da scrivere significa che non ho nulla nemmeno dentro di me. Ecco perché.

3) Che genere di poesia scrivi? Se più di uno, in quale pensi di riuscire ad esprimerti meglio?
Non sono sicuro di sapere cosa si potrebbe intendere con “genere di poesia”.
Parliamo di forme, di endecasillabi, sonetti, pentametri, metriche e strutture? Allora credo di poter dire di averle volute assaggiare quasi tutte, dall’haiku giapponese allo gliommero giullaresco al verso più libero e scomposto possibile, godendoli tutti ma senza volerne identificare uno come “mio”.
Oppure parliamo di temi, di amore, morte, sconforto, gioia, depressione? La risposta sarebbe più o meno la stessa – anche se la volontà e la curiosità qui sono sostituite da un qualsiasi senso di necessità emotiva – con la significativa eccezione del tema amoroso: non è mai stato uno dei miei punti di forza o di reale interesse. L’amore si vive, non si scrive. Lo sfogo, quasi lo spurgo, di emozioni e sensazioni conflittuali o più in generale negative copre invece una buona percentuale della mia produzione.
Ma magari stiamo parlando di atmosfera, di tutto quello che sta tra la tetraggine e la comicità? Allora la mia risposta sarebbe che, pur propendendo per temi più foschi che spensierati, l’atmosfera del mio lavoro non sprofonda costantemente nelle tenebre, e anzi è alimentata da un distaccato e divertito senso auto-ironico.

4) Il tuo lavoro è influenzato/ispirato da qualche poeta del passato? Se sì, chi è e in che modo ti influenza/ispira?
Forse il primo autore a ispirarmi è stato Boris Vian, poeta-romanziere-musicista-cantante-inventore francese della prima metà del XX sec. La sua scanzonata poliedricità espressiva e tematica mi è senza alcun dubbio rimasta nella pelle fin dall’adolescenza. Fare l’elenco di tutti gli altri autori che possano aver influito su di me sarebbe impossibile: nominerò alla rinfusa Jim Morrison, Vladimir Mayakovsky, la Beat Generation, Dante, Charles Bukowski, Ludovico Ariosto e la poesia seicentesca giapponese. Lascio a voi il sottile piacere di provare a calcolarne il risultato.

5) Definisci il tuo stile poetico con un aggettivo e spiegane il motivo.
“Poeteatrale”. È l’aggettivo più adatto che mi venga in mente. La mia produzione serve a raccontare, vuole raccontare. E non basta solo la solo la giusta sequenza di parole e di rime per creare una storia: abbiamo voce e abbiamo corpo.

6) Tutti i poeti hanno delle parole, delle frasi che non riescono a fare a meno di usare. Quali sono le tue parole o frasi più ricorrenti?
Secca ammetterlo ma esistono delle ricorrenze: gli occhi compaiono molto spesso, di solito come portatori di un’immagine di fragilità e penetrabilità. Anche immagini quasi biologiche, fisiologiche, da manuale di anatomia: il mio è un linguaggio della carne. Bilanciato da un intenso gusto per lo spirituale e l’astratto.

7) Si dice che per vedere il mondo per quello che è veramente si dovrebbero guardare commedianti, artisti e poeti. Che cosa pensi emerga spontaneamente dalle tue opere?
Il bisogno di liberarsi dalle conseguenze più soffocanti di una riflessione continua – e spesso sconfortata, se non addirittura angosciata! – sulla quale si ha uno scarsissimo controllo.

8) Spesso i poeti sono attivi anche in altri campi creativi. Oltre alla poesia ti esprimi anche in altri campi artistici non-letterari? Quali?
Disegno malissimo.

9) Quale tipo di letture preferisci?
Eccezion fatta per la stampa sportiva, tendo all’onnivoro.

10) In tempi recenti è sempre più frequente la pubblicazione di poesie su blog o social network. Molto spesso si possono trovare lavori interessanti e ben scritto. C’è qualche poeta che torni a leggere di frequente e che vorresti raccomandare? (se possibile aggiungi anche il link al blog)
Sono amico e fan di Guido Catalano, poeta torinese di una certa fama: non lo rileggo spesso quanto vorrei – anche perché preferisco ascoltarlo – ma di certo lo consiglio
www.guidocatalano.it

11) Hai mai pubblicato una raccolta personale delle tue poesie? Se sì fanne una breve descrizione indicando anche i dettagli della pubblicazione (editore, distributore).
Ho pubblicato da ragazzo per la Aglae Edizioni, una piccola casa editrice indipendente ormai defunta, un paio di raccolte di racconti e di poesie. Ho poi partecipato a due antologie: IncatRimetrici vol.#1 (ed.Arcipelago) e Canti Dai Mobilifici (ed.Phasar).
Il progetto editoriale di cui vado più fiero è “NO” un CD autoprodotto di poesia e musica inciso e distribuito nel 2009, con la collaborazione di più di venti musicisti.

12) Spesso i poeti sono persone eccentriche. C’è qualcosa di te che rientri in questa definizione?
Non so guidare, detesto il calcio e le carte, utilizzo di proposito un vocabolario alto in situazioni semplici e viceversa. Queste sono le piccole eccentricità di cui mi accorgo io.
Di quelle grandi di cui non mi accorgo, non mi preoccupo.
Di quelle, grandi o piccole, di cui si accorgono gli altri, non mi curo.

13) Per chiudere l’intervista cita tre dei tuoi versi che credi siano i migliori (indicando tra parentesi il titolo della poesia e, se pubblicata, dove leggerla.)
Non credo siano i tre migliori ma, se ne servono soltanto tre, questi mi stanno parecchio simpatici:
Signor Giudice,
sbaglio come respiro:
senza pensarci.

(http://loisthevoice.blogspot.it/2010/08/intro.html)